Frattura semantica
Sull’incomunicabilità nonostante gli sforzi
Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.
Il trasporto è diverso.
Quattro parole. Arrivano sempre, ciclicamente. Quattro parole secche, decise, corredate da un’argomentazione logica e inoppugnabile.
Non è una questione di spazi, di tempi, né di circostanze, o di persone. È così, punto. Non posso controllare i miei sentimenti.
Rieccola, l’argomentazione. Dopotutto, aspettavo questo momento. Era solo questione di tempo, prima che si ripresentasse.
Lo guardo. Guardo le labbra da cui quelle parole così rigide escono. Le stesse labbra che poco fa erano sulle mie. S’incurvano, si muovono, non più per baciarmi. Non più socchiuse: serrate. Quella bocca, che ora viene usata per creare un confine, la preferisco quando i confini li annienta. Preferisco quando quella lingua, quella lingua che ora affonda lame, percorre il perimetro del mio corpo intero, schiudendo infine la conca imperfetta tra le mie cosce. Regalandomi gli orgasmi più feroci che abbia mai provato.
Lo guardo.
E, mentre lo guardo, il mio corpo ricorda. Ricorda le innumerevoli ore trascorse insieme. Ricorda tutte le volte in questo tempo in cui ha tremato, e ha sentito tremare il suo, lui; tutte le volte in cui sudati sporchi ed esausti abbiamo pensato che il mondo intero non fosse altro che un’unica enorme pesca da mordere. Ricorda i manicaretti che mi cucina, il bagno caldo che mi prepara quando sono triste, le sue mani che m’insaponano la schiena. Ricorda i momenti in cui l’ansia lo fascia, e allora si trasforma in tana calda. La sua nuca sul mio seno, il suo respiro che si placa e si fa profondo mentre cade nel sonno. Ricorda il suo sudore, miele che cola sulla mia pelle. Ricorda le notti insieme, le gambe che s’avvinghiano come radici degli alberi sottoterra. Ricorda il sorriso che non riesce a trattenere quando mi apre la porta di casa e mi guarda varcarla. Ricorda i suoi morsi sul collo, sui fianchi, sul culo: la mia pelle come una cartina geografica del suo desiderio. Ricorda il suo corpo che cerca il mio nel sonno, e lo stringe a sé senza saperlo.
Tremare, godere, intenerire: tutto insieme.
Questo il mio corpo ricorda, mentre lo guardo e lo sento dirmi – di nuovo – che non mi ama. E, mentre me lo ridice, il mio corpo grida che non è vero, che non è possibile. Che il suo corpo lo sa meglio di lui. Che il suo corpo me lo ripete continuamente. E che sempre continuerà a ripetermelo.
Abbasso lo sguardo, mi pizzicano gli occhi. Al polso destro ho un elastico. Lo prendo tra pollice e indice e inizio a tirarlo.
Stringo tiro lascio, stringo tiro lascio, fino a lasciarmi il segno.
Parole, e gesti: due lingue diverse che, per me, dicono cose opposte.
C’è uno spazio intermedio e grigio che abitiamo, nel quale torniamo quando desiderio e mancanza sono insostenibili. Uno spazio grigio che ciclicamente mi soffoca, nel quale sto scomoda, da cui vado via. Lui rimane, io ritorno. Poi tiro verso un estremo, senza risultati. Quando tiro troppo, giungiamo al fatidico discorso.
Quindi lo ascolto parlare. Gli lascio tracciare con il suo lessico analitico ogni confine emotivo. Posa ogni parola al posto che ritiene migliore, per non lasciare margine alcuno all’ambiguità. Non vuole illudermi. Non vuole manipolarmi.
Per questo voglio essere onesto.
Tento di scovare una crepa in questa cattedrale di logicità.
Non hai spazio.,
obietto. Rilancia:
Lo spazio c’è, è quel tipo di trasporto a non esserci.
Ma continuo a non crederci, a non credergli. Non gli credo perché il suo ragionamento apparentemente perfetto mi sembra costruito su una premessa non condivisibile: un assioma che non riconosco.
Io, quello spazio, non lo vedo: non è agibile. Non per colpa di nessuno, né per merito di nessuno. Semplicemente perché l’orientamento non si sceglie.
E da quest’impasse non ci spostiamo: nessuno dei due può dimostrare la propria geometria all’altro.
Tanto vuoi sempre aver ragione tu.,
gli dico.
Non parliamo di ragione o di colpa, parliamo di questo.,
mi risponde.
Ma come si fa a debellare il concetto di ragione? Non si può, per me.
E se ha ragione lui, se davvero non sente quel che ho interpretato io, allora è il suo corpo a mentirmi. Ma il suo corpo non mi ha mai mentito. Il suo corpo è stata la prima cosa che ho saputo leggere fin da subito, senza bisogno di traduzione, senza chiedere chiarimenti. Non è fraintendibile, il suo corpo.
Come può mentirmi, quel corpo?
Ma se ho ragione io, se la sua è accidia, allora sono le sue parole a mentirmi. Ma lui non mente. Lui, così pedantemente onesto. Forse non lo è con sé stesso? Eppure, non si concede sconti, né li concede agli altri. Tantomeno a me. E questa è una cosa che amo di lui.
Come possono essere menzogne, quelle parole?
Non so rispondermi. Però, qualcosa deve mentire per forza. Corpo, o voce. E io non so a quale dei due credere.
Se è il corpo a dirmi la verità, allora questa è una frustrante tragedia: la tragedia di chi non si concede. Se è la voce a dirmi la verità, allora questo è un enorme equivoco: ho voluto leggere come amore quel che è solo affetto profondo e desiderio. Tutto vero, ma non quella cosa che sento io.
Ma cos’è che sento, io?
Tertium non datur: vivo nel terzo posto. Vivo nello spazio dove entrambe queste verità coesistono. Dove non posso decidere. Dove nemmeno lui può decidere. Non mi ha mai mentito il suo corpo, no, ma neanche mi ha mai detto quello che volevo sentirmi dire. E allora, forse, sono stata io a interpretare la sua lingua, traducendola nella mia.
E, allora, forse, parliamo due lingue diverse. E io mi sono impigliata in una frattura semantica, facendo collassare le due dimensioni in una sola. Cosa accade quando due sistemi di segni non coincidono?
E, allora, forse, se davvero parliamo due lingue differenti, nessuno dei due sta mentendo. Semplicemente, non possiamo capirci, non riusciamo a comprenderci. Forse l’ottusa sono io: chiamo “rosso” quel che per lui è “bordeaux”, o “borgogna”, o che so io. Io vedo un solo colore, lui una miriade di sfumature. La frattura semantica mi risucchia, mi smarrisco tra significato e significante, impazzisco nell’inventare una perifrasi in grado di tradurre ciò che sente lui, e ciò che sento io.
Eppure, ho fame epistemologica: io devo capire.
Così mentre lo ascolto parlare, mentre mi confina come sempre, mentre si difende e si giustifica senza ascoltare davvero quel che provo a dirgli – forse non so spiegarmi? –, una parola mi risuona nella mente: accidia.
Accidia, dal greco a-kēdeia: mancanza di cura. Non pigrizia, né indolenza o svogliatezza: rifiutarsi di agire su ciò che si conosce. Restare fermi. È accidia, la sua? Se lo fosse, saprebbe. E, se sa e nega, allora mente.
E lui non mente.
Sai cos’è l’accidia?,
gli domando.
Mi sembra lui stia peccando di accidia. Nel IV secolo un monaco, Evagrio Pontico, l’ha chiamata “il demone meridiano”, un demone che agisce in piena luce, quando tutto è visibile e non si può fingere di non vedere. Tommaso d’Aquino scrive che l’accidia è rifiutare ciò che farebbe bene, non perché non si riconosca, ma perché riconoscerlo ha un costo. Si resiste attivamente, fingendosi inerti. Pusillanimi: ci si sottrae alle cose per paura di non essere all’altezza e, nel farlo, si abita il torpore.
A volte penso tu sia solo accidioso. E, di conseguenza, poco coraggioso. Sai cosa c’è, eppure decidi di non fare nulla. Non solo: scarichi a me la responsabilità di decidere cosa fare. Come se tu fossi spettatore della tua vita emotiva, e non attante. Va bene solo quel che non richiede impegno attivo, definizione. Patto. E quest’inerzia emotiva travestita da gentilezza mi dà ai nervi.
Io vorrei solo che tu mi vedessi e mi credessi.
Lo vedo, ma non riesco a credergli. Forse non voglio? E se non fosse consapevole davvero? Dovrei solo attraversare questa sofferenza, vivere la perdita e il rifiuto, e invece continuo ad aggrapparmi con le unghie a ogni più piccola crepa per provare a rimanere appesa ancora un po’. Però, se non sa, non è accidia, ma qualcos’altro. Magari, allora, è alessitimia?
A-lexis-thymos: senza parole per le emozioni. Non significa non provarle, significa non riconoscerle e, quindi, non poterle nominare. E, quindi, non comunicarle. C’è il sentire, ma l’accesso cosciente al sentire è bloccato: l’emozione non riesce a raggiungere la coscienza verbale.
Forse non è viltà, forse sei alessitimico.
Sono cosa?
Alessitimico: come se fossi dentro una stanza insonorizzata. La musica c’è, ma non riesci a sentirla. È un funzionamento, e forse è per questo che trovo contraddizione tra parole e gesti.
Ma perché mi devi psicanalizzare, sovradeterminare? Perché non riesci semplicemente a stare su ciò che dico? Io so nominare, e sto nominando ora: io ti voglio bene.
Mi vuole bene. E ogni volta in cui me lo ripete è sale su una ferita che prova, con estrema difficoltà, a rimarginarsi. Per me il “ti voglio bene” non è sufficientemente capiente. Cosa significa, per lui, il “ti voglio bene”? Invidio l’inglese: lingua che nel suo “I love you” contiene tutto lo spettro esistente e possibile dell’amarsi. Invidio il greco antico, che per descrivere l’amore aveva più parole, più possibilità: éros, philia, agápē, storgē, pragma, mania. Una costellazione di sfumature, un atlante sentimentale. Una comprensione concettualmente più precisa.
Forse abbiamo due lessici diversi. Forse usiamo la stessa parola per intendere cose differenti, ed è per questo che non ci capiamo. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” scriveva Wittgenstein: il limite è mio perché non possiedo la parola di cui mi parli. Forse è per questo che non comprendo il grigio, che vedo solo bianco, o nero.
Cerco nel suo sguardo accondiscendenza, o opposizione. Sento che sto forzando all’inverosimile lui e la conversazione, ma devo capire. Abbiamo entrambi occhi liquidi, in questo momento. Argini che con difficoltà tentano di resistere all’urto prepotente delle lacrime. Che spingono e spingono e spingono. Mentre ci guardiamo in silenzio ripesco dalla mia memoria l’ipotesi Sapir-Whorf: la lingua che parliamo modella ciò che possiamo pensare, e sentire.
Lessici emotivi diversi producono mondi emotivi diversi. Forse, i nostri, non sono sovrapponibili.
Posso abbracciarti?,
mi domanda. Annuisco. Si avvicina, mi cinge. Premo forte la mia nuca contro il suo sterno, e la sua clavicola accoglie la mia guancia destra. Le sue mani strette sulla mia vita mi tengono insieme; le mie dita stringono il cotone della sua t-shirt, e con le unghie entro nella sua carne. Le braccia che tanto amo mi fasciano il corpo, mi sento minuscola e protetta, e gli argini cedono: una macchia tiepida e salata si allarga sulla sua maglietta, sotto la mia guancia. Non gl’importa: non si sposta, né mi sposta. Questo, per me, è amore. Inspiro a fondo il suo odore: non usa profumi, lui profuma di sé stesso. E la vita viva che abbiamo vissuto insieme improvvisamente mi colpisce come acqua gelida, mentre il battito del suo cuore si allinea al mio.
Scioglie l’abbraccio, rimaniamo legati da indice e indice, e indice e indice. Mi bacia una lacrima; io balbetto
Forse non c’è bugia. Forse non c’è trattenimento. Forse ci sono solo due dizionari diversi che usano gli stessi significanti per intendere significati diversi. Forse ho trascorso tutto questo tempo a tradurre i tuoi gesti nella mia lingua senza domandarmi cosa quei gesti significassero nella tua. Però, a me, il grigio fa schifo. Io voglio tutti i colori dell’Iperuranio che vediamo quando siamo insieme. Il viola, il blu, il rosso, il rosa, il giallo. Tutti.
Non voglio vincere, voglio capire.
La sua verità è: non sento per te quel che io nomino “amore romantico”; lì dentro, in quel concetto, lui mette delle cose che, per me, non sente.
La mia verità è: non è questione di definizione, è questione di riconoscimento. Non si tratta di etichette, o di ruoli. Si tratta d’inventare una formula tutta nostra che sia il segno linguistico di un riconoscimento.
Provo a dirglielo, gli indici ancora intrecciati
Il punto è il riconoscimento, non la formula. Puoi pure dirmi “io ti mangio”, o “io ti sento”, se ci accordiamo sul significato di quelle formule. Perché tu lo sai, tu mi conosci: io mentalizzo, mentalizzo tutto, continuamente. Per me, mentalizzare, è fare ordine, prendere distanza da ciò che sento. Produco senso per sopportare l’intensità. E la parte di me che mentalizza lo sa che questa cosa è importante per te, che io sono importante per te. Ma esiste un’altra parte di me, una parte che proteggo, perché possiede ferite antiche. E quella parte di me, quella bambina ferita, senza parole non sa rassicurarsi. Lo so che sembra sciocco, che sembra infantile, m’imbarazza anche ammetterlo, ma la mentalizzazione, quel bisogno, non lo colma. Vorrei una formula che dicesse: “Sei tu, in questa forma sei tu”.
Che paura, denudarsi. Che tragedia, l’incomunicabilità nonostante gli sforzi.
E allora capisco che forse, per me, l’amore è questo: spogliarsi totalmente, disarmarsi, per provare a tradursi l’uno nella lingua dell’altra, e viceversa. Provare a costruire un ponte bilingue che non esiste.
In questa dissonanza mi smarrisco. Di tutte queste consapevolezze non so cosa me ne farò. Non so se questa sia la fine definitiva, o se sia solo un altro giro della nostra orbita. Forse non m’importa neanche capirlo. Forse ho solo voglia di far danzare la mia lingua con la sua.
Sciolgo l’indice dal suo, mi aggrappo al colletto della sua maglietta, lo tiro a me. Lui ricambia il mio bacio.



Passa da noi, Federica.
Bella!